Perché comunicare il rischio?

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Con il rischio ci confrontiamo continuamente e non possiamo essere soggetti passivi

Da un ponte che crolla a un virus inatteso, dall’inquinamento in città alle alluvioni, passando attraverso l’ampio campo scientifico in cui fioriscono le novità tecnologiche e biomediche. Con il rischio ci confrontiamo continuamente e non possiamo essere soggetti passivi.

Viviamo in quella che il sociologo tedesco Ulrich Beck ha nominato, in un libro del 1986 che avrebbe fatto epoca, la “società del rischio”, un rischio che si fa onnipresente nel dibattito pubblico e in grado di influenzare anche le generazioni future. Quasi a suggellare la tesi di Beck, quello stesso anno avvenne la catastrofe di Chernobyl, che riorientò profondamente il dibattito sull’ambiente e le fonti energetiche.

Conoscere e saper affrontare i rischi cui siamo esposti, saperli valutare correttamente sfuggendo ai bias e alle trappole della “percezione del rischio”, conoscerne anche la stessa incertezza che sempre li accompagna: sono questi alcuni aspetti della difficile arte della comunicazione della prevenzione, forse la pratica in assoluto più “rischiosa” ma al contempo necessaria per prendere decisioni consapevoli, sia a livello individuale sia in termini di politiche pubbliche.

 Il rischio riguarda tutti e la società si avvantaggerebbe dalla massima consapevolezza sul tema attraverso una comunicazione limpida ed efficace.

L’inclusione per mitigare il conflitto

L’aspetto forse più interessante nella comunicazione del rischio è proprio l’aver capito che, senza una partecipazione attiva e consapevole di tutti gli stakeholder, non è possibile fare prevenzione o gestire un’emergenza con precisione, mentre è più facile che nascano controversie sulla gestione del rischio stesso. La compartecipazione è quindi diventata una parte fondamentale della comunicazione del rischio, anche se nella pratica quotidiana ha un’evoluzione necessariamente graduale. Rappresenta un aspetto legato al cambiamento del rapporto tra scienza e società: le indicazioni date dall’alto su come comportarsi nella prevenzione o nell’emergenza non possono funzionare se, oltre a essere spiegate e comprese, non sono anche condivise con le comunità di riferimento.

Le esperienze di partecipazione non mirano a evitare il conflitto, bensì a negoziare una soluzione socialmente sostenibile, rafforzando contemporaneamente la fiducia e la cooperazione.

Le prime esperienze risalgono al periodo compreso tra la fine degli anni Ottanta e l’inizio dei Novanta; anche in Italia è stato recentemente approvato il Regolamento sul dibattito pubblico ispirato all’esperienza francese, che prevede il débat public per i progetti sulle grandi opere infrastrutturali.

L’ecosistema della comunicazione

Il secondo aspetto importante per chi si confronta con la comunicazione del rischio è il doversi inserire in quella rete di comunicazione diretta dove le istituzioni scientifiche e gli esperti si trovano a competere con numerosi altri attori sociali, dal comitato cittadino al movimento ambientalista, dal decisore politico all’associazione di consumatori.

Il pubblico trova quindi una pluralità di sorgenti d’informazione che dialogano tra loro e con cui dialogare a propria volta senza necessariamente la mediazione della comunità scientifica o dei mass media tradizionali. Questo è un processo indipendente e inevitabile nella democrazia contemporanea, nella quale vi sono strumenti di comunicazione diretta. In Italia l’adeguamento è probabilmente più lento rispetto ad altri Paesi ma comincia a vedersi: le istituzioni si stanno orientando per entrare in una comunicazione più orizzontale che verticale, come nel caso della protezione civile, che qualche mese fa ha attivato gli account e stabilito un protocollo di gestione dei social media.

La comunicazione è relazione

Se a livello normativo si sta riconoscendo l’importanza di una partecipazione attiva e consapevole per tutti gli attori coinvolti e a livello pratico le istituzioni scientifiche stanno imparando a inserirsi nell’ecosistema della comunicazione del rischio, resta ancora un grosso buco teorico: il concetto stesso di comunicazione.

Vedo una grossa difficoltà da parte delle istituzioni scientifiche e degli esperti in Italia nel riuscire a gestire le controversie, che sono a volte polarizzate invece che mitigate, con il rischio che diventino insanabili”, commenta Sturloni.

Per gestire le controversie è necessario instaurare un dialogo e capire le ragioni dell’altro, anche senza necessariamente condividerle. La comunicazione è soprattutto relazione, mentre l’idea ancora prevalente tra gli esperti è che la comunicazione sia passare un messaggio. È un errore enorme, perché senza relazione nessuna comunicazione è possibile. Questo si riflette anche sulla percezione del rischio: se non sai perché le persone stanno rifiutando qualcosa, per esempio un’innovazione tecnologica o un intervento di prevenzione sanitaria, pensando magari che sia solo una questione di ignoranza e paura, rischi di sbagliare, perché le motivazioni del rifiuto possono essere altrove, ad esempio nella sfiducia verso chi gestisce il rischio.

L’accettazione o il rifiuto di un rischio dipende da diversi fattori, socioculturali e psicologici. Ad esempio, un rischio imposto, indipendentemente dalla sua gravità, sarà tollerato molto meno di uno che si è scelto liberamente di correre, mentre la familiarità a un rischio fa sì che si tenda a sottovalutarlo, come può avvenire nell’ambito della sicurezza sul lavoro o, più banalmente, nel caso di chi si sente più sicuro alla guida di un’automobile che su un aeroplano.

La relazione è anche il primo, necessario passo per arrivare alla fiducia, senza la quale la comunicazione cade inascoltata.

E la fiducia è difficile da ottenere e facile da perdere. Come avvenuto, per fare un esempio, nel caso della mucca pazza, quando gli esperti, pur essendo di fronte a un caso di rischio emergente di cui era difficile stimare l’entità, considerarono la possibilità di trasmissione del prione agli umani talmente remota da poter essere ignorata; a ciò si aggiunsero le omissioni dei politici, basate su ragioni economiche. Il risultato fu una grave perdita di fiducia nelle istituzioni.

Tra i principi base delle relazioni la trasparenza è al primo posto: mai negare o sminuire i rischi, ammettere invece le incertezze.

E comunicare anche queste ultime in modo tempestivo, perché ogni informazione, anche parziale, non solo è rassicurante, ma può anche fornire indicazioni utili per reagire a tutela della sicurezza individuale e collettiva.

Solo con questi presupposti le istituzioni scientifiche e gli esperti, che sono e devono rimanere voci autorevoli possono comunicare il rischio in modo efficace, anche in un contesto di allargamento e democratizzazione dell’arena decisionale che è inevitabile.

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